giovedì 28 ottobre 2010

Più mi tira su

Pubblico questo post anticipando data e ora, perché vorrei che fosse celebrativo, e ricordasse appunto il giorno e l'ora in cui è successo un evento particolare: ho bevuto il mio primo caffè.
Chi mi conosce dovrebbe saperlo bene: io non ho niente contro il caffè, figuriamoci, e perché mai dovrei? Semplicemente, ho assistito in giovane età a troppe scenette imbarazzanti, in cui gli ignari protagonisti appena svegli supplicavano per una tazza di caffè, oppure sostenevano che per una camminata in montagna era indispensabile e irrinunciabile il caffè alla mattina, anziché magari un pezzo di cioccolato, o ancora facevano crociate contro qualunque vizio, e intanto non mettevano neanche in discussione il fatto di essere loro stessi soggetti a un vizio, poiché a detta loro non era un vizio ma "una cosa assolutamente irrinunciabile se no non capisco neanche di essere al mondo". E stiamo parlando di diciassettenni. Ecco, tutto ciò mi ha turbato. Mi sono fatto l'idea, della quale sono pienamente convinto anche ora (passato il turbamento emotivo, è rimasto il pensiero razionale), che le persone troppo assuefatte al caffè raggiungono un livello in cui il caffè diventa la normalità, il corpo si abitua talmente tanto che i normali ritmi cognitivi e fisici vengono raggiunti solamente con l'ausilio del caffè, in mancanza del quale si abbassano più o meno drasticamente. Insomma, bere il caffè non serve più per dare una marcia in più, ma per tornare a una condizione normale da una ormai perenne condizione deficitaria. In altre parole, diventa una dipendenza. Di quelle brutte.
Per questo motivo, non ho mai bevuto caffè, non perché fossi contrario alla cosa in sé, ma per non raggiungere livelli di abitudine. Ho sempre sostenuto che prima o poi, in condizioni particolari, l'avrei bevuto senza problemi. A dir la verità, avrei pensato di preventivarle, queste condizioni, avrei pensato di berlo prima di un'attività mentalmente faticosa, o che magari richiedesse particolare attenzione o fosse a rischio assopimento dopo un tour de force di 20 ore in piedi, per esempio. Non avevo considerato la casualità. Ma in effetti:

Trasferta a Napoli. Raggiungo il luogo di lavoro. Sistemo il pc, mi faccio un'idea di cosa avrei dovuto fare. Tempo trascorso, 20 minuti, il vero lavoro sarebbe iniziato in quel momento. Uno dei miei due nuovi e temporanei colleghi si avvicina, e partecipando con sincera empatia alla faticosa astrazione del lavoro che avrei dovuto fare, mi dice: "ué, ce ne 'iamm a pijà na tazzurièll é cafè?".
Potevo rifiutare? Il mio primo caffè è un caffè di classe, fatto in un bar di Napoli, da un vero napoletano, servito con bicchiere di acqua gassata a parte. Non avrei potuto preventivare di meglio.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Non poteva andar meglio di così. La casualità rende tutto più facile, a volte.